L’art. 124, co. I, c.p.: profili teorici e casi pratici.

06.05.2013 12:48

Scopo del presente scritto è quello di esaminare l’art. 124, co. I, c.p.[1] sotto un triplice profilo e, segnatamente:

  • a quale termine si deve fare riferimento per fare rispettivamente decorrere e spirare il periodo trimestrale richiesto dalla disposizione legislativa in commento[2];
  • se il querelante, entro il lasso temporale previsto da questa norma giuridica, sia tenuto ad indicare il nome del querelato e, in caso di risposta affermativa, in quali circostanze;
  • ove insorgano dubbi sulla tempestività della querela, stabilire a chi spetta l’onere di provare tale evenienza e se il giudice abbia l’obbligo di verificarne la tardività.

Dopo siffatta doverosa premessa, corre l’obbligo di evidenziare, quanto al primo tema sollevato che, secondo una costante giurisprudenza, “il termine per la presentazione della querela decorre dal momento in cui il titolare ha conoscenza certa, sulla base di elementi seri, del fatto-reato nella sua dimensione oggettiva e soggettiva (v., tra le molte, Sez. 5, Sentenza n. 33466 del 09/07/2008 Ud. (dep. 14/08/2008) Rv. 241395), occorrendo che la persona offesa abbia avuto conoscenza precisa, certa e diretta del fatto, in modo da essere in possesso di tutti gli elementi di valutazione necessari[3]per proporre fondatamente l'istanza di punizione[4]; è fondamentale dunque che il querelante abbia contezza “che del fatto delittuoso si siano verificati i requisiti costitutivi[5] dovendo essere annoverati tra questi elementi, non solo quello oggettivo, ma pure “quello soggettivo, concernente l'identificazione dell'autore del reato, indispensabile perchè la persona offesa, anche intuitu personae, possa fare quella scelta che la legge rimette alla sua discrezione[6].

La Corte di Cassazione, dunque, declinando questo principio di diritto ai casi sottoposti al suo scrutinio giurisdizionale, ha stabilito che il termine per poter presentare querela decorre:

  • nel caso di appropriazione indebita, dal “momento in cui la persona offesa ha avuto chiara conoscenza della definitiva volontà dell'imputato di invertire il possesso del bene[7];
  • per il delitto di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, “dalla data in cui l'inottemperanza pervenga a conoscenza del creditore[8];
  • per il reato di cui all'art. 2622 c.c.[9], “dalla conoscenza dell'evento dannoso, quale conseguenza della comunicazione sociale infedele[10];
  • per il delitto di lesioni colpose determinate da colpa medica, “non già dal momento in cui la persona offesa ha avuto consapevolezza della patologia contratta, bensì da quello, eventualmente successivo, in cui la stessa è venuta a conoscenza della possibilità che sulla menzionata patologia abbiano influito errori diagnostici o terapeutici dei sanitari che l'hanno curata[11];
  • per il reato di "frode brevettuale"[12], dal momento del deposito della querela quando “la persona offesa abbia presentato l'istanza di rilascio del brevetto ma non ancora ottenuto la registrazione, in quanto la tutela penale decorre dalla data di presentazione dell'istanza e non dalla data della registrazione del brevetto[13];
  • nel caso di diffamazione, allorquando “il denigrato può avere ed ha cognizione dell'offesa[14];
  • nel caso di truffa contrattuale mediante il rilascio di effetti cambiari con scadenze successive, dalla data “del pagamento dei primi titoli cambiari, ovvero dell'eventuale versamento di un acconto in denaro, poiché con la effettiva percezione della valuta si realizza il vantaggio patrimoniale dell'agente ed il reato si consuma, ancorché gli effetti pregiudizievoli si protraggano nel tempo[15];
  • per il reato di insolvenza fraudolenta, dal momento “in cui il creditore acquisisce la certezza che l'obbligato, contraendo l'obbligazione, aveva dissimulato il proprio stato di insolvenza ed aveva contratto l'obbligazione con il proposito di non adempierla[16] ovvero, nel caso di acquisto di una cosa con “patto di riservato dominio[17], quando l’acquirente moroso, non avendo versato le rate del prezzo, “non ottempera all’invito di restituire la merce sulla quale grava la riserva di proprietà[18].

Inoltre, la Cassazione ha affrontato anche il tema inerente la decorrenza del dies a quo nei reati c.d. di durata (ovvero quegli illeciti penali caratterizzati dal fatto che l’evento lesivo si protrae per un apprezzabile lasso temporale).

A tal proposito, in tema di reato permanente, è stato stabilito che “il diritto di presentare querela può essere esercitato dall'inizio della permanenza fino alla decorrenza del termine di tre mesi dal giorno della sua cessazione e la sua effettiva presentazione rende procedibili tutti i fatti consumati nell'arco della permanenza[19] per un triplice ordine di ragioni e, precisamente:

- alla luce del dato normativo “offerto dal capoverso dell'art. 382 c.p.p., che afferma il protrarsi dello stato di flagranza nei reati permanenti fino al momento in cui sia cessata la permanenza, affermando conseguentemente che la querela proposta in costanza di flagranza deve considerarsi comunque tempestiva almeno con riferimento al corrispondente periodo pregresso e, tenuto conto dell'intrinseca struttura unitaria del reato permanente, anche con riferimento al periodo successivo, finchè si protrae la permanenza[20];

- poichè “la prescrizione decorre dalla cessazione della permanenza[21];

- perché “la rinuncia all'esercizio di un diritto processuale non può che valere per i fatti che precedono il momento della rinuncia, quindi per la situazione allo stato degli atti del momento in cui essa interviene, unica in grado di attribuire effettiva consapevolezza alla scelta della rinuncia[22].

I giudici di legittimità, dunque, da tali premesse giuridiche, sono pervenuti alla considerazione secondo la quale “sia la natura del reato - la permanenza in atto impedisce il decorso della prescrizione, elemento sistematico connesso e congruo al decorso del termine per la proposizione della querela, quando prevista -, sia l'indicazione normativa - il reato permanente è flagrante fino alla cessazione della permanenza, art. 382 c.p.p., comma 2 -, sia l'aspetto sistematico la rinuncia all'esercizio di un diritto processuale tendenzialmente non può che valere per i soli fatti, sostanziali o di procedimento, pregressi - concorrono all'affermazione del principio di diritto per il quale nel caso di reato permanente, il diritto di querela può essere esercitato dall'inizio della permanenza fino alla decorrenza del termine di tre mesi dal giorno della sua cessazione, rendendo sempre procedibili tutti i fatti consumati dall'inizio fino alla cessazione della permanenza medesima[23] stante il fatto che “la querela, in costanza di flagranza, deve considerarsi comunque tempestiva almeno con riferimento al corrispondente periodo pregresso e, tenuto conto dell'intrinseca struttura unitaria del reato permanente, anche con riferimento al periodo successivo finchè si protrae la permanenza[24].

Per quanto attiene invece il reato continuato, è stato evidenziato come il diritto di querela decorra “dal momento in cui la persona offesa ha conoscenza certa del fatto - reato e non dall'ultimo momento consumativo della continuazione[25] dato che “il reato continuato va considerato come una pluralità di reati a sè stanti[26] non solo “ai fini della determinazione della competenza per materia e per l'applicazione delle cause che escludono o estinguono il reato[27] ma, a seguito della riforma apportata all’art. 158 c.p. dalla legge, 5 dicembre 2005, n. 251, anche per la prescrizione.

Sicchè ne consegue come siffatto diritto debba valutarsi di volta in volta in riferimento a ciascun illecito penale sicchè la decadenza da siffatta pretesa giuridica “è strettamente legata alla presunzione di disinteresse della persona offesa, in relazione alla punizione del fatto, presunzione che non può ritenersi contraddetta o smentita dall'ulteriore protrazione dell'illecito penale[28] commesso in esecuzione di un medesimo disegno criminoso e quindi, la querela può essere presentata già a partire della “conoscenza certa del fatto reato, anzichè dalla conoscenza dell'ultimo atto consumativo della continuazione (Cass. 12/5/87, Gigi)[29].

Di talchè ne discende, per un verso, che “il termine per proporre querela decorre autonomamente dalla data di consumazione di ogni singolo reato[30] e, per altro verso, che la persona offesa ha “il diritto di determinarsi diversamente con riferimento a ciascuno degli episodi, formulando, eventualmente, solo per taluni di essi istanza di querela e soprassedendo per altri[31] atteso che “nell'ambito di un unico disegno criminoso ogni episodio ha proprie caratteristiche con diversa potenzialità lesiva, per cui alla parte offesa non può essere negato il diritto di diversamente determinarsi con riguardo a ciascuno di essi, eventualmente soprassedendo alla querela per taluno soltanto[32].

Inoltre, preso atto che il “concetto di reato unico richiamato dall'art. 122 c.p.[33], concerne esclusivamente quel reato che, pur se produttivo di conseguenze pregiudizievoli per una pluralità di persone, si realizzi attraverso un unico illecito penale al quale è correlata un'unica sanzione[34], è stato chiarito, ad ulteriore conferma della autonomia di ciascun episodio delittuoso, che non rientra tra gli “effetti dell'art. 122 c.p., nella nozione di reato unico commesso in danno di più persone l'ipotesi di azione unica concretizzante un concorso di reati in danno di più persone, ovvero di pluralità di azioni concretizzanti più reati in danno di più persone unificati dal vincolo della continuazione, nei quali casi la procedibilità di ciascun reato è condizionata alla querela della rispettiva persona offesa” posto che “la rappresentazione unitaria è preordinata solo ad un più benevolo regime sanzionatorio che non incide sulla autonomia dei singoli reati, di guisa che, in tal caso, la procedibilità di ciascun reato è condizionata alla querela della rispettiva persona offesa[35] in quanto, in tali casi, “gli illeciti penali mantengono la loro autonomia e sono considerati unitariamente dal legislatore solo quoad poenam (a parte gli altri effetti tassativamente previsti) e, dunque, in termini di fictio iuris volta soltanto a mitigare il trattamento sanzionatorio rispetto a quello che avrebbe dovuto essere in applicazione del cumulo delle pene[36].

Di talchè la Corte di Cassazione, declinando tali criteri ermeneutici ai casi sottoposti al suo vaglio giudiziale, ha ritenuto possibile presentare querela:

  • per il reato di invasione di terreni o edifici, salvo quanto statuito dall’art. 639 bis c.p.[37], per tutto “il periodo in cui si è protratta l'occupazione[38];
  • per il reato di omessa corresponsione dei mezzi di sussistenza, “dal giorno in cui la persona offesa ha piena contezza del persistente inadempimento della persona obbligata, quale indice univoco, in assenza di cause di giustificazione, della violazione dell'obbligo di legge[39].

Per quanto riguarda il reato abituale, si sono registrate, a livello scientifico, diverse posizioni.

In effetti, “da parte di alcuni autori si è ritenuto di poter ricavare una disciplina analoga a quella suggerita per il reato continuato (SANTORO, Querela, in NN.DI., XIV, 1967, 654); altri, invece, hanno posto l’accento sulla circostanza che il termine non può che decorrere dall’ultima azione concreta, posto che la condotta criminosa di un reato abituale si può cogliere solo nella sua interezza, senza possibilità di frazionamenti (LEONE, Tratto di diritto processuale penale, Napoli, 1987, 65); altri autori ancora, osservando che non sempre le singole condotte hanno autonoma rilevanza penale, preferiscono distinguere tra momento in cui si realizza la conoscenza della realizzazione della fattispecie, che si verifica quando questa sia compiutamente integrata nei suoi elementi costitutivi, momento da cui decorre il termine per la proposizione della querela, e consumazione del reato abituale, coincidente con l’esaurirsi del fatto criminoso (PETRONE, Reato abituale, in NN. DI., XIV, 1967, 957 e 960; BATTAGLINI, La querela, 463; BATTAGLINI, Decadenza del diritto di querela nel delitto di adulterio, in GP, 1930, 204; CANDIAN, La querela, 191); in posizione autonoma, infine, si pone quella dottrina che individua il dies a quo nel giorno della notizia del compimento della condotta o della condotte già aventi rilievo penale, con la possibilità di nuove querele per fatti sopravvenuti(così Romano, Commentario, 347.348)[40].

Ebbene, a parere di scrive, quest’ultima posizione scientifica ovvero quella che fa decorrere “il termine per proporre querela dalla realizzazione di condotte già sufficienti ad assumere rilievo penale[41], si appalesa fondata almeno per quello che riguarda il reato abituale c.d. improprio il quale, come è noto, si caratterizza per il fatto che “ciascun singolo atto integra di per sé altra figura di reato[42];  invero, la “reiterazione dei fatti che caratterizza questa figura potrebbe consentire, una volta decorso inutilmente il termine per proporre la querela, la presentazione di una nuova querela con riguardo agli episodi comportamentali realizzati successivamente; sempre che questi ultimi, da soli considerati, presentino i requisiti strutturali del reato abituale[43] ovvero siano potenzialmente idonei ad acquisire autonoma rilevanza penale.

D’altronde, una simile costruzione, da un lato, “non incorrerebbe nemmeno nell'ostacolo dato dall'interpretazione sistematica prospettata con riguardo al reato permanente, non avendo il legislatore fatto menzione del reato abituale all'interno del codice[44], dall’altro, permetterebbe di “superare la rigidità del meccanismo dell'art. 124 c.p. quando ci si confronti con fatti che richiedano una particolare ponderazione da parte della persona offesa[45].

Per di più, corre l’obbligo di rilevare che, per alcune specifiche ipotesi delittuose, il termine per presentare querela non è di tre mesi ma di sei;  si tratta dei “delitti previsti dagli articoli 609-bis[46], 609-ter e 609-quater[47]” salvo “quanto previsto dall'articolo 597, terzo comma”, c.p.[48] e del delitto previsto dall’art. 612 bis c.p.[49] .

Per quanto concerne invece il termine finale entro cui deve essere proposta querela, una volta evidenziato che il “termine per proporre la querela è di tre mesi e non di novanta giorni, decorrente dalla notizia del fatto che costituisce il reato[50], è stato sottolineato, sempre dal Supremo Consesso, che “la scadenza di un termine stabilito a mesi (quale è quella prevista dall’art. 124, co. I, c.p. ndr.) si verifica, ex art. 14 c.p.[51], nel giorno corrispondente a quello in cui è iniziata la decorrenza, secondo il calendario comune, indipendentemente dal numero dei giorni di cui è composto ogni singolo mese[52] atteso che la “regola della proroga di diritto al giorno successivo del termine che scade in giorno festivo non opera con riferimento al termine per la presentazione della querela[53].

Difatti, gli Ermellini hanno osservato “che la ragione per la quale, ad esempio, non è applicabile l'istituto della sospensione del termine nel periodo feriale sta nella natura del termine per la presentazione della querela che, pur avendo rilevanza processuale, non può essere qualificato come processuale, riguardando attività anteriore alla instaurazione del processo (Sez. 5, Sentenza n. 4553 del 06/02/1973, De Canio, Rv. 124267)[54] visto che la “norma posta dall'art. 172 c.p.p. riguarda espressamente i "termini processuali" e detta regole proprie sul relativo computo che non sono automaticamente estensibili alla disciplina prevista per i termini di diversa natura[55].

Di talchè, alla luce di tale opzione ermeneutica, è stata ritenuta non applicabile, ai casi di questo tipo, “la regola della proroga di diritto nel caso di scadenza in giorno festivo, per la presentazione della querela[56] siccome se “invero sia l'art. 14 c.p. che l'art. 172 c.p.p. contengono il riferimento al "calendario comune", è vero anche che la disciplina dell'art. 14 non contempla tutte le indicazioni dettate per il computo dei termini processuali, essendo in essa presente solo l'esplicito riferimento alla regola del "dies a quo non computatur"[57].

 Di conseguenza, è stato parimenti escluso che l'istituto della restituzione in termini può “essere invocato relativamente al termine per proporre querela, essendosi ritenuto che tale istituto è previsto per i soli termini contemplati nel codice di procedura penale (Sez. 1, sent. n. 04985 del 18/12/1991, Rv 189134)[58].

Orbene, ad umile avviso dello scrivente, tale opzione ermeneutica non è condivisibile; si ritiene difatti come la querela, in quanto tale, debba considerarsi un istituto proprio del diritto processuale penale anzi, come sostenuto da insigne letteratura scientifica, “un istituto di carattere esclusivamente processuale e precisamente una condizione di procedibilità[59], come, del resto, la dichiarava in modo esplicito l’art. 17 del codice di procedura penale Rocco, mentre il codice Vassalli nel titolo terzo del libro quinto pone espressamente tra le condizioni di procedibilità la querela, l’istanza e l’autorizzazione[60] e quindi, soggetta alla disciplina giuridica che governa i termini processuali. 

Al di là di tale aspetto giuridico e proseguendo nella disamina di questo istituto, giova ricordare in più che, affinchè la querela possa stimarsi tempestivamente presentata nel termine trimestrale, è necessario, qualora sia spedita a mezzo posta, che pervenga all’ufficio competente entro il lasso temporale summenzionato, “a nulla rilevando il giorno certo della sua spedizione[61]in quanto la querela è atto ricettizio che per produrre effetti deve pervenire entro il termine stabilito dalla legge all'autorità legittimata alla ricezione[62].

Tra l’altro, per dovere di compiutezza argomentativa, va evidenziato che, in “tema di formalità della querela, la previsione che questa sia proposta, con le forme previste dall'art. 333 comma 2 c.p.p. alle stesse autorità alle quali può essere presentata denuncia , non comporta l'obbligo di materiale presentazione nelle mani del p.m., il cui ufficio è costituito anche da personale di segreteria, che per legge ha propri compiti di registrazione di atti e di certificazione di attività che si compiono nell'ufficio medesimo[63].

Per quanto invece concerne il secondo quesito su emarginato ossia quello inerente l’indicazione del querelato, è stato asserito che, nelle “ipotesi dei cc.dd. "ignoti identificabili", vale a dire a quei soggetti le cui generalità anagrafiche non siano conosciute dalla PO (ovvero la parte offesa ndr.), ma che tuttavia siano fisicamente noti alla stessa e, ciò che più conta, siano da parte dell'interessato facilmente individuabili[64], la decorrenza per la proposizione della querela deve essere fatta risalire “per la parte lesa che sia già in possesso di elementi oggettivi per l'identificazione dell'autore del reato, non già dal momento in cui la stessa decida di pervenire a detta, concreta, identificazione, bensì dal momento in cui la stessa sia in grado di attivarsi onde giungere a tale conoscenza (Sez. 3, Sentenza n. 25986 del 13/05/2009 Ud. (dep. 22/06/2009) Rv. 243911)[65] trattandosi di “un onere di accertamento in ordine alla identità del soggetto attivo del reato, onere che va soddisfatto in vista di un ragionevolmente tempestivo esercizio del diritto di querela[66].

Tale ricostruzione dogmatica dell’istituto, a sua volta, è sicuramente condivisibile in quanto i limiti temporali imposti dalla questo disposto legislativo, così interpretati, sono conformi sia alla ratio dell’istituto della querela sia alla voluntas legislatoris posto che, da un lato, per “esigenze socio - politiche e di politica criminale, l'ordinamento giuridico, facendo dipendere la perseguibilità e la punibilità di determinati reati dall'interesse punitivo del privato, configura la querela come un diritto soggettivo -potestativo, lasciato alla discrezionalità dell'offeso che è libero di esercitarla, con piena cognizione, soltanto se posto nelle condizioni di conoscere tutti quegli elementi, oggettivi e soggettivi, che possono influire sulla scelta, intuitu personae, prevalentemente legata ai rapporti con il reo, siano essi di pregressa amicizia o parentela che di eventuale conflittualità o indifferenza[67], dall’altro lato, come si evince dalla relazione del codice, il termine perentorio, stabilito dal comma primo dell’art. 124 c.p., è fissato, in quel lasso temporale prestabilito, “per ragioni di ordine pubblico e nell'interesse del querelabile, onde evitare che, per tempo indeterminato, la perseguibilità sia sospesa per volontà del privato e che l'autore sia esposto alla volontaria inerzia e alla strumentale azione, anche di eventuale ricatto e persecuzione, dell'offeso che, ovviamente, non può scegliersi, arbitrariamente, o provocare, surrettiziamente, il momento di conoscenza piena del reato e del colpevole[68].

Da tali presupposti, la Corte di Cassazione è pervenuta alla conclusione secondo la quale tale scadenza non può essere dilatata “ad nutum se non ad libitum, per scelte soggettive e strumentali, in una materia in cui, eccezionalmente, esercizio dell'azione penale e della giurisdizione è condizionata dalla volontà del privato, che è, quindi, opportunamente vincolata al tempo e alle forme[69] e dunque, la individuazione del colpevole deve essere “concretamente possibile attraverso ricerche idonee e che gli accertamenti, anche di natura tecnica, affidate ad un terzo, siano richieste e svolte, non secondo arbitrarie scelte dell'interessato o dell'incaricato, ma tempestivamente e, comunque, in un tempo congruo e ragionevole, imposto dalla natura e complessità dell'indagine[70].

Invece, per quanto involge il caso in cui l’individuazione del colpevole richieda viceversa, da parte degli organi di polizia, “eventuali atti di indagine[71], è evidente come sia opportuno che la parte offesa sporga in un primo momento solo una denuncia a carico di ignoti e, soltanto dopo che è stato identificato il potenziale autore del reato, venga sporta querela posto che, solo a partire da tale circostanza, la vittima, come suesposto, può stimarsi venuta a conoscenza del reato in tutti i suoi elementi caratterizzanti[72].

Del resto, non vi sono particolari profili ostativi affinchè si possa procedere in tal senso considerato che in “tema di querela, la volontà di chiedere la punizione del colpevole non è sottoposta a particolari formalità e può ricavarsi dall'esame dello stesso atto di querela[73] e quindi, a tal fine, è “sufficiente che la denuncia di un fatto costituente reato alla p.g. venga successivamente ratificata, dovendosi dedurre da tale comportamento la implicita volontà di perseguire penalmente l'autore dei fatti denunciati[74].

Corre l’obbligo di evidenziare a questo punto della disamina come vi sia una eccezione rispetto a quanto statuito dall’art. 124, co. I, c.p.; si tratta del caso contemplato dall’art. 121, co. I, c.p.p., ove è stabilito che “la persona offesa è minore degli anni quattordici o infermo di mentre, e non v’è chi ne abbia la rappresentanza, ovvero chi l’esercita si trovi con la persona in medesima in conflitto di interessi”; invero, in detta situazione, “il diritto di querela è esercitato da un curatore speciale” e non dalla parte offesa ed il termine, per la sua presentazione, inizia a decorrere dal giorno in cui è notificato a quest’ultimo “il provvedimento di nomina[75]; ciononostante, anche laddove ricorrano tali condizioni, è pur sempre “valido l'atto di querela proposto in proprio dalla persona offesa inferma di mente[76] (nella misura in cui tale infermità non sia di tale gravità “da impedire il concreto esercizio di quel diritto[77] e “fatto salvo l'accertamento successivo riguardo il suo contenuto[78]) posto che “la nomina del curatore speciale si profila necessaria solo se il titolare del diritto versi in una condizione patologica, che ne affetti la psiche in grado tale da impedirgli di autodeterminarsi consapevolmente e volontariamente all'esercizio del diritto stesso: v. Sez. III, 20 giugno 1980, Canale, in C.E.D. Cass., n. 146113[79].

Inoltre, siffatto rappresentante legale non può proporre querela, a fronte del chiaro tenore letterale dell’art. 126, co. I, c.p., “una volta che il relativo diritto si è estinto per morte del titolare[80] salvo quanto previsto dall’art. 90, co. III, c.p.p.[81].

Infine, nel caso in cui la querela sia proposta dal legale rappresentante di una persona giuridica, è stato rilevato, sempre in sede di legittimità, che “la disposizione dell'art. 337-3 CPP concernendo la prova della legittimazione ad esercitare il diritto di querela in nome di una persona giuridica, ente od associazione, pone quale onere per il querelante l'indicazione della fonte specifica dei suoi poteri di rappresentanza, la quale costituisce una condizione di efficacia dell'atto, che deve essere verificata entro il termine di cui all'art. 124 CP[82] anche se l’ “identificazione della persona che propone la querela da parte dell'autorità che la riceve, può essere successiva alla sua proposizione[83] purchè la “istanza di procedimento pervenga a destinazione entro il termine legale[84].

Venendo invece a trattare invece la terza problematica evidenziata nella parte iniziale di questo scritto ossia la questione inerente l’onus probandi circa la tempestività della querela e quale verifica debba adottare il giudice a tal riguardo, corre l’obbligo di richiamare quel costante orientamento nomofilattico secondo il quale deve essere l'imputato a dimostrare “la intempestività della querela che egli stesso alleghi (v. tra le molte, Rv. 239162)[85] essendo costui “portatore di un interesse opposto a quello del querelante[86] nonchè “titolare del diritto di prova, tra l'altro, su tutti i fatti dai quali dipende la applicazione di norme processuali (v. in tal senso, art. 187 c.p.p., comma 2)[87].

La decadenza dal diritto di proporre querela, a sua volta, “va accertata secondo criteri rigorosi e non può ritenersi verificata in base a semplici supposizioni prive di valore probatorio[88] dato che la semplice prova, circa la tardività fornita dall’imputato, non esime il giudice “dal fare uso diligente di tutte le emergenze comunque già in suo possesso e, tantomeno, che egli possa fare a meno di valutare quelle che, su iniziativa dell'imputato, vengano acquisite[89] atteso che “nel caso di querela presentata dopo tre mesi dal fatto è compito de giudice accertare se il termine sia o meno decorso" (Cass. 26/01/1962 Fanari)[90].

Tuttavia, si deve osservare che, in caso di incertezza sulla data di conoscenza del fatto -reato, la Corte di Cassazione, in alcune pronunce, ha affermato che la “situazione di incertezza va interpretata in favore del querelante[91] giacchè tale “principio, ispirato al "favor querelae", non è contraddetto dall'art. 529 comma 2 c.p.p., il quale fa riferimento al dubbio sulla esistenza della condizione di procedibilità e non alla tardività che ovviamente presuppone l'esistenza della querela[92].

Ebbene, tale approdo ermeneutico, seppur formalmente ineccepibile, non può essere inteso nel senso che il giudice di merito è esonerato dal dovere di verificare accuratamente gli elementi con cui si eccepisce la tardività della querela dato che, ove il decidente dubiti sulla tempestività della querela, è suo impegno “avvalersi dei poteri discrezionali di integrazione probatoria[93] sia perché, ai sensi del comma II dell’art. 529 c.p.p., “si deve giungere ad una sentenza di non doversi procedere quando la prova della tempestività della querela sia insufficiente o contraddittoria[94] sia perché, ai sensi dell’art. 50 c.p.p., la querela, siccome “elemento condizionante l’esercizio dell’azione penale e, prima ancora, l’espletamento delle indagini preliminari[95], deve validamente sussistere (e, quindi, essere suscettibile di produrre immediatamente effetti) ab initioal fine di consentire al p.m. di esercitare l'azione penale[96]; infatti, sono “inammissibili le querele tardive[97].

E’ stato quindi giustamente osservato in sede scientifica come tale onere di integrazione probatoria sia sicuramente legittima sicchè “tiene conto dei contrapposti principi del favor rei e del favor actoris e che valorizza il dato normativo desumibile dagli artt. 124, comma 1, 50, comma 2, e 529 comma 2, c.p.p. porta a ritenere, da un lato, che il pubblico ministero non può instaurare taluni processi in difetto della prova di una tempestiva querela di parte e, dall’altro, che il giudice ha il correlativo obbligo di emettere sentenza di non doversi procedere ove non sia emersa, con certezza, la prova che l’azione penale poteva essere esercitata; sicchè, esperito ogni accertamento serio e rigoroso sulla “diligenza” del querelante, l’imputato, nel dubbio, andrebbe prosciolto[98].

Cosicchè ne consegue come un vaglio prognostico di questo tenore debba essere approntato ogniqualvolta vi siano dubbi circa la tempestività della querela proposta.

Va infine rilevato, per dovere di completezza espositiva che, secondo quanto affermato dalle Sezioni Uniti civili nella sentenza n. 5121 del 10/04/02, (ric. Leonardi c. Soc. Universo Assicurazioni), “ove il fatto illecito integri gli estremi di un reato perseguibile a querela e quest'ultima non sia stata proposta, trova applicazione, ancorché per il reato sia stabilita una prescrizione più lunga di quella civile, la prescrizione biennale di cui al comma 2 dell'art. 2947 c.c., decorrente dalla scadenza del termine utile per la presentazione della querela medesima[99].

In conclusione, la norma giuridica in argomento rappresenta sicuramente un valido strumento normativo che coniuga esigenze di giustizia e quelle atte a garantire la durata ragionevole del processo dal momento che, laddove fosse invece possibile proporre querela senza l’osservanza di precisi parametri temporali, ciò comporterebbe un notevole allungamento dei termini processuali in palese contrasto con quanto statuito dall’art. 111, co. II, Cost.[100].

 



[1]Il quale, come è noto, prevede che, salvo che “la legge disponga altrimenti, il diritto di querela non può essere esercitato, decorsi tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce il reato”.

[2]In generale, sul termine della querela: Mendoza, sub art. 124, in Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, a cura di Lattanzi-Lupo, vol. III, Giuffrè, 2000, p. 306; Dinacci, voce Querela, in Enc. dir., vol. XXXVIII, Giuffrè, 1987, p. 56; Gaito, voce Querela, richiesta, istanza, in Enc. giur. Treccani, vol. XXV, 1991; Volpe, voce Querela, in Dig. d. pen., vol. X, Utet, 1995, p. 581; Gaito, Querela. Termine e decadenza, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1975, p. 1040; Conso, L'indagine sulla tempestività della querela, in Riv. dir. proc. pen., 1956, p. 452; Carnelutti, Decorrenza del termine a proporre la querela per reato di relazione adulterina, in Riv. dir. proc., 1949, p. 48; Candian, La querela, Giuffrè, 1951, p. 190; Leone, Manuale di diritto processuale penale, Jovene, 1979, p. 361; Guadagno, voce Querela, in Enc. forense, vol. VI, Vallardi, 1961, p. 6

[3]Tra le più recenti, Cass. pen., sez. V, 21/01/13, n. 12318.

[4]Cass. pen., sez. VI, 19/11/08, n. 11556.

[5]Ibidem.

[6]Cass. pen., sez. III, 23/05/07, n. 24726. Di diverso avviso quell’orientamento scientifico che osservando come qualche autore sostenga “che nel concetto di notizia del fatto si dovrebbe includere anche la conoscenza dell’autore di esso (così LEONE, La conoscenza dell’autore del fatto sull’inizio del termine per la presentazione della querela, in ADPP, 1937, 1093; MANZINI, 78; CANDIAN, La querela, 200; PISANO, La querela contro ignoti, in Boll. Ist. Dir. e proc. pen. dell’Università di Pavia, 1965, 44, int. 7)”, censura tale approccio scientifico “poiché, oltre a estendere eccessivamente il lasso temporale in cui la legge mostra di attendere che una decisione della persona offesa intervenga (come nel caso di più correi: non decorrerà il termine fino a quando non saranno tutti noti?; così, precisamente, ROMANO, commentario sub art. 124 250), contraddice la sicura pertinenza della querela al mero fatto di reato, indipendentemente dai soggetti attivi o passivi di esso: la notizia del fatto da cui decorre la proposizione della querela non presuppone la specifica conoscenza delle generalità dell’autore del reato; posto che per la ritualità dell’atto è sufficiente la descrizione dell’atto e l’indicazione dell’autore o degli autori indipendentemente da una loro specifica identificazione (così MENDOZA, Commento sub art. 124, in Comm. Lattanzi Lupo , Milano 2000, 309; per la necessità di conoscenza della specifica identità dell’autore in determinati contesti, come, per esempio, a riguardo dei casi di cui all’art. 649, 2° co., perseguibile a querela per il legame parentale tra persona offesa e autore, cfr. RICARDI, VALSECCHI, 1239)”( CODICE PENALE IPERTESTUALE, commentario con banca dati di giurisprudenza e legislazione, a cura di MAURO RONCO – SALVATORE ARDIZZONE, Seconda edizione, UTET, 2007, pag. 707).

[7]Cass. pen., sez. II, 6/12/12, n. 11276.

[8]Cass. pen., sez. VI, 15/10/10, n. 37962.

[9]False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori.

[10]Cass. pen., sez. V, 10/06/10, n. 27296.

[11]Cass. pen., sez. IV, 7/04/10, n. 17592.

[12]Art. 127, d.lg. 10 febbraio 2005 n. 30.

[13]Cass. pen., sez. III, 4/03/09, n. 16746.

[14]Cass. pen., sez. V, 19/12/05, n. 5944.

[15]Cass. pen., sez. II, 4/02/02, n. 25193. Per questa tipologia di reato, unitamente a quella di falso, cfr. Trib. Milano, 29/03/99, fonti: Foro Ambrosiano 1999, 145 (s.m.): “materia di truffa e falso in scrittura privata, nel caso in cui la conoscenza della condotta illecita derivi, per la persona offesa, dalla lettura dell’estratto del proprio conto corrente bancario, risultante regolarmente spedito da parte dell’istituto di credito, deve presumersi, salva prova contraria, che tale documento sia stato ricevuto dal correntista e pertanto egli, da quel momento, abbia acquisito notizia certa del reato commesso ai propri danni, con conseguente decorrenza del termine per la proposizione della querela (G.I.P., Tribunale Milano, 7 ottobre 2003, Foro Ambrosiano, 2003, 488, fattispecie nella quale la persona offesa del reato aveva versato presso l’istituto di credito, di cui  era correntista somme per l’effettuazione da parte dell’indagato di un’operazione di acquisto di azioni, relativa a una società non quotata in borsa, e con riferimento alla quale si è ritenuto che il termine per la proposizione della querela decorresse dalla spedizione/ricezione dell’estratto conto bancario semestrale, dalla quale risultava la diversa operazione effettuata dall’indagato. Il giudice, anche sulla base di tale considerazione, ha archiviato il procedimento per tardività della querela)”.

[16]Cass. pen., sez. II, 18/09/97, n. 9552.

[17]Ovvero quell’accordo in base al quale “il compratore acquista la proprietà della cosa col pagamento dell’ultima rata di prezzo, ma assume i rischi dal momento della consegna” (art. 1523 c.c.).

[18]Cass., 6 marzo 1970, Pignatelli, CED Cass. n. 115551.

[19]Cass. pen., sez. VI, 13/01/11, n. 2241.

[20]Ibidem.

[21]Art. 158, co. I, c.p. .

[22]Cass. pen., sez. VI, 13/01/11, n. 2241.

[23]Ibidem.

[24]Cass. pen., sez. VI, 19/11/08, n. 11556. Di diverso avviso quell’orientamento scientifico che, evidenziate “due fasi della condotta: nella prima si concretizza l’inosservanza del precetto penale, mentre nella seconda si omette di far cessare la condotta lesiva (MASSARI, Il momento esecutivo del reato. Contributo alla teoria dell’atto punibile. Pisa, 1923, 85; PIOLETTI, Reato permanente, in NN.D.I., XIV, 1967, 998)” e considerato dunque che “già la prima fase integra pienamente gli estremi del reato”, giunge alla conclusione secondo cui il dies a quo di decorrenza del termine per la presentazione della querela va fatto coincidere con la “conoscenza dell’inizio della permanenza”(CODICE PENALE IPERTESTUALE, commentario con banca dati di giurisprudenza e legislazione, a cura di MAURO RONCO – SALVATORE ARDIZZONE, Seconda edizione, UTET, 2007, pag. 707). In tal senso, Pretura Rovereto, 19/05/99, fonti: Dir. famiglia 2000, 210 (nota di: ROMANO): “In tema di reati permanenti il termine di decadenza per proporre la querela decorre dalla conoscenza dell'inizio della permanenza e non dalla sua cessazione, non potendo trovare, in tal caso, applicazione l'art. 158 c.p.; tuttavia, una volta presentata la querela, essa costituisce valida condizione di procedibilità anche per tutte le condotte successive al mantenimento della permanenza, mentre la necessità di una nuova querela sorge soltanto in caso di cessazione della permanenza ed integrazione successiva di un nuovo reato”.

[25]Cass. pen., sez. III, 16/10/08, n. 42891.

[26]Ibidem.

[27]Ibidem.

[28]Ibidem.

[29]Ibidem.

[30]Cass. pen.,  sez. III, 15/11/07, n. 183.

[31]Ibidem.

[32]Cass. pen., sez. V, 21/01/99, n. 2344.

[33]Secondo il quale il “reato commesso in danno di più persone è punibile anche se la querela è proposta da una soltanto di esse”.

[34]Cass. pen., sez. II, 18/05/84, fonti: Cass. pen. 1986, 1552.

[35]Cass. pen., sez. V, 30/11/05, n. 2712.

[36]Ibidem.

[37]Norma giuridica che esclude la perseguibilità a querela ove il reato su indicato venga commesso su terreni o edifici “pubblici o destinati ad uso pubblico”.

[38]Cass. pen., sez. II, 19/10/10, n. 41401.

[39]Cass. pen., sez. III, 11/05/10, n. 22219.

[40]CODICE PENALE IPERTESTUALE, commentario con banca dati di giurisprudenza e legislazione, a cura di MAURO RONCO – SALVATORE ARDIZZONE, Seconda edizione, UTET, 2007, pag. 707.

[41]FIANDACA MUSCO, DIRITTO PENALE PARTE GENERALE, Quarta edizione, Bologna, Zanichelli editore, 2006, pag. 178.

[42]Ibidem, pag. 178.

[43]ROMANO, Commentario sistematico del codice penale, vol. I, Giuffrè, 1995, p. 324.

[44]Maria Chiara Bisacci, “Incertezze interpretative in tema di decorrenza del termine di presentazione della querela nei reati di durata”, Cass. pen., 2011, 5, 1759.

[45]Ibidem.

[46]Violenza sessuale.

[47]Atti sessuali con minorenne.

[48]Secondo cui, se “la persona offesa muore prima che sia decorso il termine per proporre la querela, o se si tratta di offesa alla memoria di un defunto, possono proporre querela i prossimi congiunti, l'adottante e l'adottato. In tali casi, e altresì in quello in cui la persona offesa muoia dopo avere proposto la querela, la facoltà indicata nel capoverso dell'articolo precedente (1) spetta ai prossimi congiunti, all'adottante e all'adottato”.

[49]Atti persecutori.

[50]Cass. pen., sez. V, 25/01/08, n. 9572.

[51]Regola giuridica così strutturata:

[I]. Quando la legge penale fa dipendere un effetto giuridico dal decorso del tempo, per il computo di questo si osserva il calendario comune.

[II]. Ogni qual volta la legge penale stabilisce un termine per il verificarsi di un effetto giuridico, il giorno della decorrenza non è computato nel termine.

[52]Cass. pen., sez. V, 25/01/08, n. 9572.

[53]Cass. pen., sez. V, 26/03/10, n. 23281.

[54]Ibidem.

[55]Ibidem.

[56]Ibidem.

[57]Ibidem.

[58]Ibidem.

[59]Pier Maria Corso, (nell’opera “Le indagini Preliminari”, A.A.V.V., Procedura Penale, Torino, Giappichelli editore, 2010, pag. 402), ne sottolinea “il carattere di “condizione di procedibilità””.

[60]F. Antolisei, Manuale di diritto penale, parte generale, Dott. A. Giuffrè editore, 1997, Milano, pag. 755.

[61]Cass. pen., sez. V, 23/11/84, fonti: Cass. pen. 1986, 900 (s.m.).

[62]Cass. pen., sez. V, 24/01/05, n. 6486.

[63]Cass. pen., sez. V, 21/03/00, n. 1697.

[64]Cass. pen., sez. V, 9/07/08, n. 33466.

[65]Cass. pen., sez. V, 21/01/13, n. 12318.

[66]Cass. pen., sez. V, 9/07/08, n. 33466.

[67]Cass. pen., sez. V, 1/10/09, n. 14660.

[68]Ibidem.

[69]Ibidem.

[70]Ibidem.

[71]Art. 107 bis disp. att. c.p.p. .

[72]Cfr., supra, pagg. 1 e 2.

[73]Cass. pen., sez. V, 16/10/97, n. 11726.

[74]Ibidem.

[75]Art. 338, co. I, c.p.p. .

[76]Cass. pen., sez. VI, 6/04/00, n. 7280.

[77]Laura Dipaola, nota a Cass. pen. n. 7280 del 2000, Cass. pen., 2003, 2, 578.

[78]Ibidem.

[79]Ibidem. “Contra, più in generale, in aderenza al portato letterale dettato dall'art. 121 c.p., Sez. I, 6 maggio 1968, Ferrigno, in Giust. pen., 1969, c. 370, Ferrigno, ha sostenuto che, ai fini della rappresentanza nell'esercizio del diritto di querela da parte di un curatore speciale, l'art. 121 c.p. richiede semplicemente che la persona offesa sia inferma di mente, senza distinguere tra infermità totale e parziale, tanto cioè da ritenere l'art. 121 c.p. applicabile anche in caso di seminfermità mentale. In termini, Sez. I, 10 maggio 1965, Coci, ivi, 1966, c. 105”( Laura Dipaola, nota a Cass. pen. n. 7280 del 2000, Cass. pen., 2003, 2, 578).

[80]Cass. pen., sez. II, 14/06/07, n. 32873.

[81]Secondo cui qualora “la persona offesa sia deceduta in conseguenza del reato, le facoltà e i diritti previsti dalla legge sono esercitati dai prossimi congiunti” ossia “gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti” (art. 307 c.p.) ma non gli affini “allorchè sia morto il coniuge e non vi sia prole”(art. 307 c.p.) né gli eredi “in quanto la qualità di persona offesa è strettamente personale e correlata al rapporto processuale penale che si instaura con l'indagato e non è trasmissibile "iure hereditatis"”(Cass. pen., sez. VI, 24/10/06, n. 38872).

[82]Cass. pen., sez. V, 16/01/97, n. 1460.

[83]Cass. pen., sez. V, 22/10/02, n. 41227.

[84]Cass. pen., sez. V, 13712/88, fonti: Cass. pen. 1991, I,432 (s.m.).

[85]Cass. pen., sez. V, 21/01/13, n. 12318.

[86]Cass. pen., sez. V, 21/02/06, n. 15853.

[87]Cass. pen., sez. V, 21/01/13, n. 12318.

[88]Cass. pen., sez. VI, 23/09/98, n. 10721.

[89]Cass. pen., sez. V, 21/01/13, n. 12318.

[90]Cass. pen., sez. V, 21/02/06, n. 15853.

[91]Cass. pen., sez. II, 22/06/88, fonti: Cass. pen. 1990, I,1973 (s.m.).

[92]Cass. pen., sez. V, 6/06/06, n. 7346.

[93]Cass. pen., sez. V, 19/06/09, n. 30801.

[94]Trib. Monza, 5/07/02, fonti: Foro ambrosiano, 2002, 495 (s.m.).

[95]Pier Maria Corso, “Le indagini Preliminari”, A.A.V.V., Procedura Penale, Torino, Giappichelli editore, 2010, pag. 402.

[96]Trib. Milano, 3/12/01, fonti: Foro ambrosiano, 2002, 203 (nota di: Visconti).

[97]Franco Cordero, Procedura penale, terza edizione, Giuffrè, Milano, 1995, pag. 398.

[98]Giorgio Lattanzi, Ernesto Lupo, Codice penale, rassegna di giurisprudenza e di dottrina, vol. IV, Il reo e la persona offesa dal reato, libro I, Artt. 85-131, a cura di Luca De Matteis – Giuseppe La Greca – Pietro Silvestri – coordinamento di Marco Gambardella, Dott. A. Giuffrè editore, Milano, 2010 in cui vengono richiamati a loro volta i seguenti autori: A. GAITO, Querela. Termine di decadenza in Riv. It dir. e proc. pen., 1975, 1040; G. LEONE, Trattato di diritto processuale penale, Jovene, 1961, vol. II, 53; G. GALLI, Dubbio sulla tempestività della querela e favor rei, Torino, 1972, 482; G. CONSO, L’indagine sulla tempestività della querela, in Riv. It. dir. proc. 1956, 454; sul tema anche L. TIRABASSI, Onere della prova e regola di giudizio in tema di dubbia tempestività della querela, in Giur. It, 1997, II, 666.

[99]Sull’argomento, cfr. Dominique Feola, Il termine di prescrizione dell’azione per il risarcimento del danno da reato perseguibile a querela: il punto d’arrivo delle Sezioni Unite, Resp. civ. e prev. 2002, 6, 1368.

[100]Autorevole letteratura scientifica ha sostenuto a tal riguardo che in “sede politica la querela media due esigenze difficilmente componibili: oltre dati limiti, l’automatismo repressivo innesca effetti negativi (dal risentimento nel tessuto sociale colpito dall’inerzia il legalistica degli organi addetti alla repressione: spesso “non vedono” i reati futili), ma esistono soglie minime sotto cui l’impunità logora interessi meritevoli”(Franco Cordero, Procedura penale, terza edizione, Giuffrè, Milano, 1995, pag. 396).

 

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